Mito e Scienza

scritto da Aniello Montano

“Il fatto fondamentale della vita dell’individuo è che l’individuo dispera del finito e chiede aiuto”. Capograssi, insigne studioso di Vico, legge nell’autore della Scienza Nuova questo sforzo dell’uomo di uscire dal finito per chiedere aiuto. “L’uomo – scrive Vico –, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, desidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch’Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini”(1). È a questo punto della sua esistenza, della sua operosità che l’individuo “si accorge dell’esistenza di Dio”. “Si accorge che il suo non accettare gli ordini esistenti, il suo non disperare, il suo orrore per la disperazione, che sta alla radice di tutta la lotta storica, di tutte le rivoluzioni, nasce proprio dal segreto presentimento di Dio, dal segreto presentimento che c’è Qualcuno che aiuta e salva il finito, e che egli, l’individuo, è capace di essere in rapporto con questo Qualcuno”(2). L’uomo, dunque, dispera del finito. Rispetto ai mali, ai pericoli, alla morte, l’uomo dispera, ma non dispera di tutto. Dispera soltanto del finito. Ed emette un grido, un grido con il quale chiede aiuto a ciò che avverte oltre il finito(3). Nasce nei singoli e nei popoli il bisogno della fede, la necessità di credere che, oltre il finito, ci sia qualcuno capace di portarci aiuto e al quale possiamo fare arrivare il nostro grido di dolore. Come annota il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, in un’opera del 1947, “A questo punto, la religione cessa d’essere una costruzione concettuale, un’ideologia e raggiunge l’esperienza della vita umana. È la novità del cristianesimo come religione della morte di Dio di ricusare il Dio dei filosofi e d’annunciare un Dio che assume la condizione dell’uomo. La religione fa parte della cultura, non come dogma, neppure come credenza, come grido”(4).

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Anche nel mondo più razionalizzato, ordinato cioè secondo i princìpi della scienza più avanzata e sorretto dai ritrovati della più sofisticata tecnologia, si daranno sempre situazioni complesse che sfuggono ad ogni possibilità di decisione razionale, sia individuale che collettiva, e nelle quali il singolo individuo, nella solitudine della propria coscienza, decide sulla scorta della propria fede, della propria credenza religiosa. L’istanza religiosa rimane ferma nei cuori e nelle menti finché al bisogno di conoscenza del reale oggettivo, a volerlo anche considerare come epifania di Dio, si accompagnerà il bisogno da parte degli uomini di stabilire una reciprocità patico-emotiva con Dio; finché, cioè, al bisogno di conoscere il mondo naturale si accompagnerà quello di essere amati e protetti da Dio(5).

Con ciò resta provata l’inefficacia dello schema illuministico secondo cui la razionalità sempre più dispiegata avrebbe prodotto il disincanto del mondo e avrebbe attivato un processo irreversibile di logoramento del mito con la conseguenza di una sempre più ampia ed efficace affermazione del logo. Al contrario. Non solo il mito e la religione non sono confinati soltanto nell’infanzia della civiltà, ma, con l’incremento della razionalità e del sapere tecnico-scientifico, sembrano riprendere vigore in strati larghi dell’umanità. Mito e logo, più che essere categorie caratterizzanti il modo di pensare e di agire dell’uomo in fasi storiche successive, sembrano accreditarsi sempre più come coalescenti, come presenti e attivi in ogni epoca storica e in ogni forma di civiltà. In quanto alimentati dalla fede e dalla ragione sono modelli funzionali costitutivi ed essenziali della psiche umana, di quel curioso e strano impasto di logica ed emozioni che è l’uomo.

 

Brano estratto dal volume “Note di Bioetica” di Aniello Montano, disponibile qui.

 

  1. GB. Vico, Principj di Scienza nuova, a cura di F. Nicolini, Torino 1976, 3 voll., vol. I, cpv. 339, p. 120.
  2. G. Capograssi, Su alcuni bisogni dell’individuo contemporaneo, in Idem, Opere, vol. V, Milano 1959, p. 531, anche per la breve citazione precedente.
  3. G. Capograssi, Introduzione alla vita etica, cit., pp. 150-151, dove si legge: “Il momento della disperazione è il momento della più perfetta chiaroveggenza dell’uomo sulla vita […] è il momento del grido a Dio che supera il finito e che può salvare dal finito”.
  4. M. Merleau-Ponty, Le Métaphisique dans l’homme, in Sens et Non-Sens, Paris 1966, pp. 168-169.
  5. In questo bisogno va individuata la radice antropologica della fede. A metterlo in rilievo tra i primi fu Giordano Bruno che nel dialogo V della prima parte del De gli eroici furori, rappresenta «un fanciullo ignudo disteso sul verde prato, e che appoggia la testa sullevata sul braccio, con gli occhi rivoltati verso il cielo a certi edificii de stanze, torri e giardini ed orti che son sopra le nuvole; e vi è un castello di cui la materia è fuoco; ed in mezzo la nota che dice mutuo fulcimur […]. Intendi quel furioso significato per il fanciullo ignudo, come semplice, puro ed esposto a tutti gli accidenti di natura e di fortuna, qualmente con la forza del pensiero edifica castegli in aria; e tra l’altre cose una torre di cui l’architettore è l’amore, la materia l’amoroso foco, ed il fabbricatore egli medesimo, che dice: Mutuo fulcimur: cioè io vi edifico e vi sustegno là con il pensiero, e voi mi sustenete qua con la speranza: voi non sareste in essere se non fusse l’immaginazione ed il pensiero con cui vi formo e sustegno; ed io non sarei in vita, se non fusse il refrigerio e conforto che per vostro mezzo ricevo» (G. Bruno, De gli eroici furori, intr. di M. Ciliberto, testo e note a cura di S. Bassi, Roma-Bari 1995, I, V, pp. 70-71).