Mediterraneo tra origine e destino

scritto da Enzo Rega

Oggi devo farvi delle confidenze, devo parlarvi di me […] quello che vi dirò non riguarderà che i rapporti della mia vita o della mia sensibilità nel suo periodo di formazione con quel mare Mediterraneo che, dall’infanzia, non ha mai smesso di essermi presente, davanti agli occhi o nella mente. Non saranno che impressioni particolari e qualche idea – forse generale.

(Paul Valéry, Ispirazioni mediterranee)

 

Il Mediterraneo, pur essendo mare interno e non oceano, è un universo, anzi un pluriverso, al punto che è impossibile fare scalo in tutti i porti, che pure meriterebbero sosta, soggiorno e esplorazione. Bisogna allora puntare la prua (in un heideggeriano Er-orterung)(1) verso i luoghi che vengono incontro, vuoi anche occasionalmente, ma non casualmente. Lo stesso viaggio di Odisseo cos’è se non un continuo andare alla deriva, smarrendo la strada per ritrovarla, in una grandiosa “epopea mediterranea”(2), che ritrova la via di casa, la via che fa ritorno all’inizio del viaggio?

Anche Thierry Fabre, per le sue Traversate, deve ammettere l’intervento dell’imponderabile:

 

Queste ‘traversate’, per città e quartieri del Mediterraneo, sono nate da un Grand Tour in occasione delle riprese di un film […]. La scelta delle città: Tunisi, Tangeri, Barcellona, Marsiglia, Palermo, Alessandria, Beirut e Istanbul, è strettamente legata alle circostanze relative a questo film. Ho dimenticato il film, ma ho mantenuto i personaggi principali che sono proprio le città e i quartieri del Mediterraneo. Ogni volta ho tentato di penetrare al loro interno per mettermi in ascolto del loro ritmo, per seguire i percorsi delle loro storie e sfogliare gli strati del loro immaginario. Mi sarebbe piaciuto ugualmente andare ad Algeri o a Granata, a Napoli o a Dubvronik, a Gerusalemme o a Malta, ma questa è storia di altre e diverse traversate. D’altra parte sono le città che mi hanno scelto, molto più di quanto io le abbia scelte(3).

 

Così pure è per questo nostro libro, meno ambizioso e scritto viaggiando solo, o più che altro, con i libri: e sono state certe letture a imporsi, in un’impostazione che rimane prevalentemente italo-centrica e con un’ottica inevitabilmente eurocentrica. Comunque, le derive mediterranee sono anche le due rive, il modo per ritrovare un’unità non indifferenziata, una differenza correlata, in un mare che è di tutti e di nessuno, per cui il Mediterraneo non sopporta (non dovrebbe-potrebbe sopportare) alcun fondamentalismo per porsi, nel ritorno all’origine, come “orizzonte del futuro”(4).

Nella necessità di un dialogo tra le due sponde, si pone la necessità di una continua “traduzione”, che è cosa diversa dall’integrazione. Non si tratta di una unità assoluta, così come non esiste una immobile identità. Ponendosi il problema in relazione a uno dei continenti che sul Mediterraneo si affacciano, l’Europa nella fattispecie, è stato infatti notato che “ il proprio di una cultura è di non essere identica a se stessa”(5). Non si tratta neanche del recupero nostalgico di un’età dell’oro: non è mai esistita una storia pacifica del Mediterraneo, e anche chi da lungo lavora sulla “questione mediterranea” ha ben chiara la stessa consustanziale “conflittualità mediterranea”. Se Matvejević sottolinea come, pur nella continua mescolanza, non si possa esagerare sottolineando le somiglianze e trascurando differenze e antagonismi(6), Braudel realisticamente osserva a sua volta che “Le civiltà sono intrise di guerra e di odio […] Troppo spesso […] non sono altro che incomprensione, disprezzo ed esecrazione degli altri”(7). Ma è lo stesso Braudel che altrove osserverà: “Malgrado ciò, imperi rivali o città aggressive, barbari delle montagne o del deserto che prendono il sopravvento con la violenza o con l’astuzia su popoli più evoluti di loro – tutti sono coinvolti in un movimento d’insieme la cui forza creatrice li supera, da parte di una civiltà che si diffonde nonostante tutte le frontiere. In tal modo si crea una certa unità fra le terre e mari del Levante”, nel periodo che va dal 2500 al 1200 a.C.; e subito dopo si chiede: “Questo universo culturale in via di espansione avrebbe potuto inglobare tutto il Mediterraneo?”(8).

Ciò non toglie che il Mediterraneo abbia invece conosciuto, storicamente, la capacità di far convivere le sue diverse anime e le culture che ne erano espressione. È il caso della Sicilia di Ruggero II, normanno, e, in misura minore, di Federico II, che nel XII secolo unificarono non solo l’isola posta nel cuore del Mediterraneo, ma anche l’Italia meridionale; e soprattutto la Sicilia di Ruggero e del cartografo Idrisi “seppe far convivere, senza necessariamente generare conflitti, popoli, appartenenze, fedi e costumi che altrove erano nemici irriducibili”(9).

 

Brano estratto dal volume “Derive Mediterranee” di Enzo Rega, disponibile qui.

 

1. Cfr. l’analisi, che del concetto fa Caterina Resta, Geofilosofia del Mediterraneo, Messina, Mesogea, 2012, p. 143: “Er-orterung, almeno nel singolare significato che Heidegger attribuisce a questa parola, suonerà allora come il contrario di Ent-ortung: se quest’ultima designa il nichilistico processo di delocalizzazione che strappa via ogni radice e cancella ogni Dove, Er-ortern vorrà allora dire ‘indicare il luogo’, mettersi alla ricerca del Luogo [Ort], ritrovarlo, persino, non tanto nel senso puramente ‘conservatore’ di resuscitare il passato, quanto nel senso, tutto rivolto all’avvenire, di ritrovare quella Origine, mai immediatamente attingibile, a partire dalla quale soltanto sorge un Luogo”. Sempre in questo libro vedi le osservazioni sul “pluriverso mediterraneo” (pp.103-111). Il libro di C. Resta è particolarmente importante per tutta questa nostra introduzione che ne utilizza spunti e riferimenti. Per le stesse questioni, e per l’approccio geofilosofico, cfr. anche Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Milano, Mimesis, 1997, 2001 e Luisa Bonesio, Caterina resta, Intervista sulla Geofilosofia, a cura di Riccardo Gardenal, Reggio Emilia, Diabasis, 2010.

2. Cfr. di nuovo Caterina Resta, Geofilosofia del Mediterraneo cit., p. 26. Alla base di questo approccio sono fondamentali i libri di Massimo Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, Milano, Adelphi, 1994 e L’Arcipelago, Milano, Adelphi, 1997.

3.Thierry Fabre, Traversate (2001), Messina, Mesogea, 2006, p. 10.

4. Franco Cassano, Contro tutti i fondamentalismi. Il Nuovo Mediterraneo, in Vincenzo Consolo, Franco Cassano, Rappresentare il Mediterraneo: lo sguardo italiano, Messina, Mesogea, 2000, p. 62. Fondamentale su tutta la questione, e su quella del dialogo come “traduzione”, è: Franco Cassano. Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996.

5. Jacques Derrida, Oggi, l’Europa (1991), Milano, Garzanti, 1991.

6. Cfr. Predrag Matvejević, Mediterraneo. Un nuovo breviario, Milano, Garzanti, 1991; fondamentale anche Id., Il Mediterraneo e l’Europa. Lezioni al College de France, Milano, Garzanti, 1998.

7. Fernand Braudel, La storia, in Id. et al., Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia gli uomini le tradizioni, Milano, Bompiani, 1992, pp. 111-112.

8. Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo. Preistoria e antichità, (1998), Milano, Bompiani, 1998, p. 129.

9. Caterina Resta, Geofilosofia del Mediterraneo cit., p. 130.