Genius gloci: l’arte del territorio

scritto da Enzo Battarra

Genius gloci verrebbe da chiamarlo. Un tempo era il genius loci, un’entità soprannaturale legata a un luogo e oggetto di culto nella religione romana. Secondo Servio, nullus locus sine Genio (nessun luogo è senza un Genio). Il genius loci era il genio del luogo abitato e frequentato dall’uomo.

Nel tempo moderno, genius loci è divenuta un’espressione adottata in architettura per individuare un approccio fenomenologico allo studio dell’ambiente, interazione di luogo e identità. L’architettura deve rispettare il luogo, integrarsi con esso, ascoltare cioè il suo genius loci (1).

Con la locuzione di genius loci si intende individuare l’insieme delle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio, di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente, una città. Un termine quindi trasversale, che riguarda le caratteristiche proprie di un ambiente interlacciate con l’uomo e le abitudini con cui vive questo ambiente. Suole indicare il “carattere” di un luogo.

Achille Bonito Oliva ha realizzato una mostra nel 1981 con il titolo “Genius loci”, «precisando – come lo stesso critico ha evidenziato in un’intervista rilasciata nel 2004 – quella che era la ricerca dell’identità e il recupero della soggettività nell’arte, una nuova direzione dopo qualche decennio di astinenza, in cui la parola forte e il politico erano prevalsi sulla necessità di rappresentazione che il soggetto aveva: il bisogno di parlare l’io contro il noi assembleare degli anni forti della politica. Questo genius loci si configura attraverso il recupero della manualità, del disegno, della pittura, della scultura ma, principalmente, attraverso il recupero di un linguaggio, sempre oggettivato nella forma, di elementi costitutivi dell’antropologia culturale di un retroterra, di una memoria collettiva».

Ora si tratta di andare avanti. Alla fine del decennio di questo nuovo millennio non basta riaffermare il “carattere” di un luogo o una “memoria collettiva”. La glocalizzazione in arte non può essere solo la localizzazione della globalizzazione, deve essere qualcosa in più. Deve recuperare il concetto di “genio” come “artefice magico”, perché nell’atto della creazione ci deve pur essere uno spirito trasgressivo, uno spirito buono, capace di dare anima alla materia. Ecco allora che il concetto di “genio” deve sposarsi con quello di “glocal”, ecco perché nasce il genius gloci. Bisogna andare oltre la manualità, investendo le nuove tecnologie, senza mai dimenticare però la propria origine. Il linguaggio artistico deve essere quanto più contemporaneo possibile, ma non deve perdere le radici.

Il territorio campano, nel periodo che va dal ’66 all’inizio degli anni Ottanta, è stato un punto di riferimento per l’impegno artistico e il pullulare di iniziative concrete. Alcune correnti dell’arte e dello spettacolo, come l’arte nel sociale, la post-avanguardia teatrale e la nuova spettacolarità, hanno trovato in Campania una cassa di risonanza per certi aspetti unica.

Molti artisti si sono legati da una parte alle loro feconde origini territoriali e dall’altra alla storia e alla coscienza di un’identità meridionale nell’interpretazione più estensibile di appartenenza a forti radici classiche, sociali e culturali. Altro che globalizzazione dei linguaggi!

È stato un vero e proprio “caso Campania”, il caso di una regione del Meridione, contrassegnata ma non assoggettata dalla metropoli partenopea, regione estremamente autonoma e creativa, capace di riconoscersi in un’identità culturale e di farsi riconoscere sulla base del proprio “carattere” nel panorama artistico nazionale.

Non è il caso di fare nomi ed elenchi, rimandando magari a un’altra occasione l’approfondimento storico. Oggi interessa sottolineare che ci sono, al fianco dei protagonisti storici, artisti campani delle nuove generazioni che, anche se adoperano un linguaggio più universale e contaminato dai media, hanno comunque un genius loci, una caratterizzazione territoriale che li affascina e consente loro di essere autentici. Questo è il genius gloci.

Nell’ambito del panorama attuale, viene subito da citare Sabato Angiero, originario della provincia di Napoli. Nelle sue opere c’è dentro tutto l’impegno per la legalità, con i suoi risvolti manifesti e con i manifesti rivoltati, sottratti alla stratificazione dei tabelloni pubblicitari e dipinti con il fuoco del bruciatore, per ricavarne ritratti, immagini, parole, segni. Tutto ciò assume in regione Campania un significato straordinario.

«Andavo in periferia per trovare pozzanghere di ricordi e grida di speranza»: questo racconta Peppe Ferraro, artista storico, di una generazione precedente, proveniente da Terra di Lavoro, capace di rinnovare costantemente il proprio linguaggio. I suoi ricordi affiorano dalle pozzanghere delle proprie “Stanze”, tra le mura domestiche. La speranza fa ancora gridare. C’è dentro tutta la rabbia di continuare a sperare. Le sue opere sono legatissime al territorio campano, facendo percepire l’essenza del paesaggio.

Altrettanto legata al proprio territorio è la pittura di Giuseppe Fiore, sannita. Il suo è un lavoro essenziale e al tempo stesso coinvolgente, di dimensione corale. C’è la terra e c’è il cielo, c’è l’odore dei campi e c’è il rumore della città, c’è quello che si vede e quello che non si può vedere.

Tre esempi, provenienti dalle periferie e diversi per provincia di appartenenza e per linguaggio, uniti dalla stessa attenzione al contesto territoriale campano, inteso come ambiente naturale e umano, ma anche storico e sociale.

“Campania Felix”, dunque? Può darsi. L’importante è che sia stato raggiunto il primo obiettivo: l’identità di un genius gloci.

 


1. Christian Norberg Schulz. Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura, Electa, Milano 1979

 

 

(Testo estratto dal n. 3 di TRIMBI arte/artisti/artigli, 2007. Disponibile qui;

Il libro d’arte “Stanze” di Peppe Ferraro è disponibile qui;

Il libro d’arte “Uommene e quaquaraquà” di Sabato Angiero è disponibile qui)