Aristocrazia e Res Pubblica

scritto da Alessandro Vivaldi

Una comunità esiste di per sé, perché è l’insieme di uomini con una morfologia comune, sia essa culturale, psicologica, linguistica o altro. Comunità può essere una famiglia allargata o un continente, a seconda dei casi, della quantità e qualità delle caratteristiche comuni. L’unità di una comunità è garantita dal sentire comune che alcuni membri sanno suscitare negli altri. Quei membri sono l’élite. Idealmente, l’élite è quella parte della comunità che è capace si assumersi la responsabilità delle decisioni comuni, portando l’alloro della vittoria ma soprattutto il peso della sconfitta. Non esistono società umane senza una élite. Diceva bene Canfora, anche nei partiti comunisti e nei sindacati esiste chi guida e chi segue. Fa parte della natura umana: alcuni guidano, tutti gli altri (la maggioranza) seguono. Ed è giusto così, che piaccia o meno: gli individui sono diversi, alcuni sanno assumersi responsabilità, altri vogliono i vantaggi ma non le responsabilità. Non c’è nessuna colpa nel non voler assumersi responsabilità, purché si ammetta di non volerne i diritti conseguenti. Vale a dire: se non vi sta a cuore il bene comune e le responsabilità che comporta (il bene comune, la Res Publica, si serve!), i sacrifici che necessita, non vi è alcun problema: purché non pretendiate i diritti politici.

Per questo a oggi il sistema politico occidentale non funziona: il voto è di per sé una forza, una decisione, e come tutte le decisioni comporta delle responsabilità che la maggioranza degli elettori non vuole assumersi. Tutti sono ampiamente disposti a chiedere maggior benessere, maggiori diritti, ma nessuno vuole fare sacrifici né tanto meno assumersi doveri di alcun tipo. La teoria politica di Heinlein, che voleva la cittadinanza e il diritto di voto legato a un periodo di servizio nei confronti dello Stato, in tal senso non fa una piega.

A ogni modo, questa è l’ideale differenziazione della società, diciamo la più basilare: élite da una parte, popolo dall’altra. La prima è quella parte della società responsabile delle decisioni, la seconda è quella parte feconda che la sostiene e la genera. Hanno ovviamente delle problematiche: la prima tende alla corruzione, la seconda tende all’accontentare solo la propria pancia ed essere volubile. Insomma, l’egoismo è in agguato costantemente, ma nel caso dell’élite, i risultati dell’egoismo sono esponenzialmente più dannosi, per tutti.

L’idea di élite è incarnata nell’idea di aristocrazia, ove gli aristòi, nella pòlis greca, erano i migliori. Nella storia della filosofia politica questo è stato inteso in maniera molto varia. Qui basterà dire che per aristocrazia si intende quell’insieme di uomini che decidono nell’interesse della comunità e non nel loro interesse. Non serve un filosofo per sapere che quanto detto è spesso lontano dalla realtà. Ma questo non significa che siamo esentati dal tenere a mente come dovremmo essere e tendere verso questo ideale.

Essere aristocrazia non significa essere di questo o quel partito, di quello o dell’altro nome, di quella o questa provincia, di questa o quella religione, di questa o quella laurea, di questa o quella ideologia. Essere aristocrazia non significa avere ragione, né essere i migliori, né avere più diritti, né essere di famiglia ricca o di famiglia nobile. Essere aristocrazia significa anteporre l’oltre da sé a se stessi. Essere aristocrazia significa essere tanto liberi da rinunciare alla propria libertà: essere aristocrazia significa servire un’idea, servire qualcosa che va oltre l’individuo, il sé, fino a richiedere l’estremo sacrificio. Essere aristocrazia significa smettere di essere ‘io’ e diventare ‘molti’, servire molti. Questo non significa accontentare tutti, né tanto meno piacere a tutti, anzi: nel più dei casi significa essere deprecati, perché significa, soprattutto oggi, scontrarsi coi particolarismi e i piccoli egoismi di piccoli individui. Contro tanto disprezzo, l’aristocrazia, quella vera, dotata di amore, oppone l’abnegazione al dovere. Uno è il simbolo della vera aristocrazia: il saper rinunciare alla propria libertà, sacrificarla per l’oltre da sé.

 

Testo estratto da “This is my land / Haec est mea terra” di Alessandro Vivaldi, volume di imminente pubblicazione che aprirà la collana “EUROPA” in collaborazione con l’associazione culturale Gentes O.N.L.U.S.

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